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Il dubbio è rivoluzionario

Oggi, a nome della Commissione Affari Esteri M5S Camera, ho incontrato Ricardo Patiño Aroca, Ministro “de Relaciones Exteriores y Movilidad Humana” dell’Ecuador. E’ stato un incontro davvero interessante. Abbiamo parlato di debito pubblico, di democrazia diretta e partecipata, del controllo dell’informazione da parte, in Ecuador come in Italia, di gruppi di potere e di quello che i cittadini possono fare per riprendersi le istituzioni. Mi ha anche parlato di tutte le accuse di populismo e demagogia che il Presidente Correa ha ricevuto prima di arrivare al governo. Abbiamo deciso di organizzare una visita in Ecuador per incontrare il Presidente e trattare con lui e con i ministri il tema del debito pubblico. E’ molto interessante scoprire quello che l’Ecuador ha fatto e il modo in cui si è relazionato con il Fondo Monetario Internazionale e il Banco Mondiale. Colgo l’occasione per postarvi un pezzo che scrissi qualche tempo fa per il blog di Beppe Grillo, un pezzo sulle novità che arrivano dall’America Latina e sul fatalismo che ancora dobbiamo sconfiggere da questa parte dell’oceano. L’incontro con il Ministro mi ricorda ancora una volta che non c’è figura più deplorevole di colui che davanti a un’ingiustizia, un disagio o uno scandalo sa soltanto dire “beh, tanto è così dappertutto. A riveder le stelle!

Il Latino-America sta rafforzando una convinzione che ho da tempo. Il primo nemico da combattere nella battaglia per la giustizia sociale non sono le banche, le multinazionali, i governi corrotti o il crimine organizzato. Il nemico numero uno è il fatalismo.
”Sono soltanto belle idee che non si possono applicare“, “l’Italia non è mica l’Ecuador“, “non è possibile cambiare un sistema in così breve tempo, forse ci riusciranno i nostri figli“. Ma chi l’ha detto?
Nel bellissimo post di Sergio Di Cori Modigliani pubblicato sul blog si parla di Correa e della decisione del governo ecuadoriano di cancellare un debito immorale. Correa, che tra l’altro non è neppure perfetto, non è sceso in Ecuador con un asteroide o si è materializzato per un miracolo divino. Correa in Ecuador, Morales in Bolivia o Ortega in Nicaragua sono stati eletti grazie al lavoro instancabile di centinaia di movimenti sociali che hanno scelto di dire basta alle ingiustizie. Anche in questi paesi era partito il coro dei rassegnati, “l’economia solidale è un’utopia“, “gli Stati Uniti non ci scioglieranno mai le catene“, “la sovranità alimentare è soltanto un’illusione“.
La storia attuale del Sud America dimostra il contrario, dimostra che un popolo organizzato, unito e informato ha un potere immenso anche contro nemici spietati. La CLOC-Via Campesina è una delle organizzazioni contadine più grandi del continente, coordina 84 organismi di 16 paesi differenti ed è una forza capace di promuovere alternative e creare nuovi paradigmi sociali. Oggi ha sede a Quito. Come Assange ha scelto l’Ecuador e anche questo non è stato un caso. Negli ultimi 10 anni ha sviluppato idee e ha fatto pressione sui governi nazionali affinché le adottassero come scelte programmatiche. L’Ecuador ha accolto il progetto di sovranità alimentare di Via Campesina e la Bolivia ha approvato cambi costituzionali che favoriscono l’equità sociale. La Kirchner in Argentina ha nazionalizzato la YPF e, in piena era delle privatizzazioni, il Nicaragua ha reso pubblica l’istruzione e la sanità.
Perché loro sì e noi no? Forse perché abbiamo la mafia? Perché da noi c’è troppo benessere? Perché l’Europa non ce lo chiede? Balle! Sarà per via dei miei 33 anni ma non posso accettare l’idea di non potere incidere sul futuro.
Movimenti come Via Campesina danno prova che la società civile è assolutamente in grado di avanzare soluzioni e che la crisi, alimentare in Sudamerica, finanziaria ed economica (e un domani alimentare) in Europa, possa essere un’opportunità per ridiscutere un intero modello di vita. Purtroppo la crisi non è un’occasione soltanto per le popolazioni che chiedono un cambiamento, lo è anche per chi fino ad oggi ha detenuto il potere e cerca in ogni modo di mantenerlo. In Latino-America le tragedie non sono ancora finite. Le stesse transazionali che per decenni hanno impoverito terra e popoli oggi si tingono di verde e provano ad offrire false soluzioni ecologiche. E’ il mito dell’economia verde, un mito falso, ipocrita e imperialista. In Italia succede lo stesso, la classe dirigente che ha indebitato la popolazione ha la spudoratezza di suggerirci la strada per tornare ad essere competitivi. Cambia qualche faccia, ad un Presidente impresentabile succede uno che sa il francese e mezza Italia dice: “che bravo, sa il francese, ora si che ci rispettano in Europa“.
E’ in tempo di crisi che la società civile deve vigilare ancor di più, deve mettere in discussione ogni cosa, deve informarsi come mai ha fatto nella Storia, deve partecipare, deve studiare le proposte che arrivano dall’America Latina. Non deve mai credere al 100% a quello che le viene raccontato. Il dubbio é rivoluzionario.
I movimenti sociali ecuadoriani si incontrano con quelli argentini, i brasiliani con i peruviani, sanno di essere tutti quanti sulla stessa barca e discutono, propongono, approvano documenti. Lottano! Si sono incontrati lo scorso luglio a Rio de Janeiro in occasione del vertice RIO+20, hanno smascherato le menzogne del capitalismo verde, delle lobbies finanziare, delle Nazioni Unite che parlano di sicurezza alimentare quando dovrebbero approfondire il concetto di sovranità. Le organizzazioni latinoamericane presentano soluzioni come l’economia contadina, la riforma agraria integrale, l’implementazione di un modello energetico decentrato basato sull’auto-produzione. Si può anche accettare chi non vuole combattere, ma non chi sostiene che il mondo non si possa cambiare perché i problemi sono troppo grandi. Non c’è figura più deplorevole di colui che davanti a un’ingiustizia, un disagio o uno scandalo sa soltanto dire “beh, tanto è così dappertutto.